Gli Onorevoli - Totò

Oliviero Beha

Guardatelo PER FAVORE !!!!

venerdì 24 aprile 2009

Storie di partigiani a caso...


Mons. Giuseppe Maria Palatucci
Nato a Montella (Avellino) il 25 aprile 1892, deceduto a Campagna (Salerno) il 31 marzo 1961, vescovo, Medaglia d'oro al merito civile alla memoria.
Accolto nel 1906 dai frati francescani di Ravello, nel 1912 conseguiva la laurea in filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana. A ventitré anni, il 22 maggio 1915, l'ordinazione a sacerdote a Montella e, lo stesso giorno, la partenza per il fronte. Dopo la guerra nuova laurea in teologia, seguita da tre anni di insegnamento nel suo Ordine, e quindi il rettorato nel Collegio francescano di Ravello.Eletto vescovo della diocesi di Campagna, tra le più povere del Sud, ebbe modo di manifestare appieno il suo spirito umanitario quando, nel giugno del 1940, il regime fascista fece allestire nella zona due campi di concentramento per ebrei. Il vescovo aveva un nipote,
Giovanni Palatucci, funzionario di polizia a Fiume. Si accordarono per far affluire a Campagna i perseguitati, che Giovanni non riusciva a far espatriare. Così molti poterono salvarsi.Nel dopoguerra, padre Palatucci si oppose con molta determinazione al Fronte polare, ma il suo comportamento altruistico (quando morì, fu un problema persino trovargli vestiti adatti alla cerimonia funebre), lo fece rimpiangere anche dagli avversari politici.Alla memoria del vescovo francescano, il 25 aprile 2007, il Presidente della Repubblica ha assegnato il massimo riconoscimento al merito civile.

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Piero Pajetta

Nato a Taino (Varese) il 7 febbraio 1914, caduto a San Giuseppe di Casto (Vercelli) il 24 febbraio 1944, impiegato, Medaglia d'oro della Resistenza.
Lavorava come ragioniere presso la Stipel di Novara quando fu mobilitato. Bersagliere in Libia, dopo il congedo e dopo un breve periodo di lavoro alla Banca di Luino, Piero Pajetta (cugino di
Gian Carlo, di Gaspare e di Giuliano) prese clandestinamente la via della Francia. Era il 1937. Piero accorre in difesa della Repubblica spagnola. Si batte con le Brigate Internazionali e il 18 marzo del 1938, durante la battaglia dell'Ebro, è ferito. Perde la mano destra e parte dell'avambraccio. Ripara in Francia, ma non rinuncia alla lotta. Quando i tedeschi superano la linea Maginot, Pajetta è tra gli organizzatori dell'FTP (Francs-Tireurs-et-Partisan).Dopo il 25 luglio 1943 torna in Italia e, nelle settimane successive all'armistizio, dopo aver formato i primi gruppi partigiani nel Savonese, è incaricato dal Comando generale delle Brigate Garibaldi, di portarsi nel Biellese per organizzarvi la resistenza armata. Per la sua esperienza e per il suo carisma, "Nedo" (questo il nome di battaglia), è subito eletto comandante della brigata Garibaldi "Biella" che ha come vicecomandante un altro garibaldino di Spagna, Anello Poma ("Italo"). E' la seconda formazione garibaldina costituita in Piemonte ed opera nella Valle del Cervo sino a che, nel febbraio del 1944, dopo giorni di scontri con agguerriti reparti germanici appoggiati dai repubblichini, i partigiani di "Nedo" sono costretti a disperdersi. Lui non demorde.Il mese non si è ancora concluso e Pajetta, con un piccolo gruppo di compagni, è già nei pressi di Andorno per tentare di rimettere in piedi la formazione. In un bosco prossimo a San Giuseppe di Casto, "Nedo" è sorpreso da una pattuglia tedesca. All'intimazione di resa risponde sparando. Viene colpito, ma riesce a sottrarsi alla cattura. Morirà dissanguato, ai piedi di un cespuglio. Il suo corpo, sepolto dalla neve, verrà ritrovato il mese dopo, col disgelo. Da quel momento, la brigata Garibaldi "Biella" si chiamerà "Nedo".Sul valoroso partigiano, l'Associazione Elvira Berrini Pajetta ha pubblicato un libro di Luigi Moranino dal titolo Piero Pajetta <Nedo>, un combattente la per libertà.

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Mario Pasi
Nato a Ravenna il 21 luglio 1913, ucciso a Belluno il 10 marzo 1945, medico, Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.
“Fin dall'8 settembre impugnava valorosamente le armi contro l'invasore. Ricercato dalla polizia tedesca quale organizzatore della lotta di liberazione, si arruolava nelle formazioni partigiane della montagna di cui divenne animatore fecondo e combattente audace. Commissario di brigata e poi di Zona partigiana, valoroso fra i valorosi, sosteneva durissimi combattimenti infliggendo gravi perdite al nemico. Apostolo di bene e di carità, prodigava la sua opera di medico a lenire le sofferenze dei feriti, senza mai risparmiarsi nei pericoli e nei sacrifici. Catturato per delazione, affrontava e sosteneva con sereno stoicismo le sevizie che solo la più efferata crudeltà poteva immaginare. Bastonato a sangue, con le membra fracassate, trovava ancora la forza di porre fine al martirio tagliandosi le vene, ma il bieco nemico impediva che la morte lo strappasse alla sua sadica barbarie e poi lo finiva a colpi di bastone. Il suo cadavere, impiccato per estremo oltraggio, restò esposto per due giorni e, circondato dall'aureola del martirio, fu faro luminoso che additò ai superstiti la via da seguire per raggiungere la vittoria”. Questa la motivazione della massima onorificenza al valor militare concessa alla memoria di Mario Pasi, che ha combattuto nel Veneto la sua battaglia per la libertà e la democrazia.Pasi aveva conseguito all'Università di Bologna, nel 1936, la laurea in medicina e chirurgia. L'anno dopo aveva frequentato a Firenze la Scuola di applicazione della Sanità militare e, posto in congedo, aveva cominciato ad esercitare la professione all'Ospedale Santa Chiara di Trento. Nel 1940 il richiamo alle armi e la mobilitazione sul Fronte occidentale e poi su quello greco-albanese. Collocato in congedo per ragioni di salute, il medico riprese il suo impegno al “S. Chiara” e in quel periodo conobbe
Ines Pisoni, sua coetanea. Uniti anche dagli stessi ideali, i due giovani si separarono quando lui, comunista, entrò nella Resistenza spostandosi nel Bellunese per organizzarvi le prime formazioni partigiane, mentre Ines si impegnava contro i nazifascisti in Romagna, terra d'origine di Pasi.Molto apprezzato per le sue doti politiche e militari, “Montagna” (questo il nome di battaglia del giovane medico), divenne commissario di Brigata, poi di Divisione e infine di Zona, alternando l'attività di direzione politica a quella di medico. Quando i tedeschi catturarono “Montagna”, rifiutarono ogni proposta di scambio e, dopo averlo ucciso ne impiccarono il cadavere in località Bosco delle Castagne.Dopo la Liberazione, una piazzetta nel centro storico di Trento è stata intitolata a Mario Pasi, mentre a Ravenna gli hanno dedicato una scuola.
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Amos Calderoni
Nato ad Alfonsine (Ravenna) il 16 febbraio 1925, caduto a Biserno di Santa Sofia (Forlì) il 12 aprile 1944, falegname, Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.
Appena diciottenne, subito dopo l'8 settembre 1943 era entrato nella Resistenza. Distintosi in numerose azioni, il ragazzo fu nominato comandante della 12a Compagnia dell'VIII Brigata Garibaldi “Romagna”. Nell'aprile del 1944, quando le unità corazzate tedesche della “Hermann Goering”, affiancate da truppe della repubblichina fascista di Salò, investirono la valle del Bidente, il comando della “Romagna” ordinò a Calderoni, che operava col commissario politico
Terzo Lori, di coprire il ripiegamento della Brigata. Il giovanissimo comandante dispose i suoi garibaldini su un'altura sopra Biserno. Qui si oppose, per ore, agli assalti dei tedeschi sino a che, rimasto solo, cadde combattendo.La motivazione della Medaglia d'oro ad Amos Calderoni ricorda:: “Ardente assertore, fin dall'inizio, della lotta di liberazione, entrava a far parte di una formazione partigiana, assurgendo, per le sue eccezionali qualità di valoroso combattente e trascinatore, al grado di comandante di compagnia. Ricevuto l'ordine di sbarrare il passo ad una delle più agguerrite unità tedesche, con quaranta compagni si attestava su una posizione dominante, allo scopo di ritardare l'avanzata nemica e di permettere alla sua brigata di sfuggire al rastrellamento. Attaccato da preponderanti forze sostenute da intenso fuoco di artiglieria, teneva valorosamente fronte all'avversario causandogli sensibili perdite e benché rimasto con soli tre superstiti continuava l'eroica ed impari lotta. Vista vana ogni ulteriore resistenza, ordinava loro di rientrare al reparto e restava solo sul posto per coprirne la ritirata. Rimasto completamente solo, uno contro cento, dopo aver sparato l'ultima cartuccia e lanciata l'ultima bomba a mano, cadeva sopraffatto donando la propria vita per avere voluto salvare quella dei tre compagni. Fulgido esempio di eccelso valore, di ardimento senza pari e di sublime cameratismo”.
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Romano Cocchi
Nato ad Anzola dell'Emilia (Bologna) il 6 marzo 1893, morto nel lager di Buchenwald il 28 marzo 1944, dirigente sindacale e politico.
Era cresciuto nella famiglia di un bracciante, padre di undici figli. Un parroco di San Giovanni in Persiceto, dove i Cocchi si erano trasferiti, ebbe presto modo di apprezzare l'intelligenza di Romano e si adoprò perchè il ragazzino studiasse nel Seminario di Bologna. Romano non ultimò però gli studi religiosi, interrotti quando s'innamorò di una ragazza, ma trovò lavoro prima alle Ferrovie dello Stato, poi come commesso alla Buton, quindi al Resto del Carlino, sempre impegnandosi nei movimenti politici dei cattolici laici dei primi anni del XX secolo.Per seguire il deputato del Partito Popolare Guido Miglioli, di cui diventa segretario, il giovane si trasferisce nel Cremonese. Gli anni tra il 1919 e il 1923 vedono Cocchi impegnato nella Bergamasca, alla testa delle lotte dei diseredati. Ma è espulso dal PPI, che non ne apprezza l'impegno “a sinistra” in difesa dei contadini e degli operai, impegno per il quale finisce anche in carcere.Cocchi passa così nel campo delle organizzazioni socialiste e comuniste e quando, nel 1927, il Tribunale speciale lo condanna a 12 anni di reclusione per “propaganda sovversiva tendente all'insurrezione e incitamento all'odio di classe”, lui è contumace. È infatti espatriato clandestinamente in Francia, dove diventa segretario della Sezione italiana del “Soccorso Rosso”. Quando anche dalla Francia lo espellono, continua l'attività antifascista in Belgio e in Svizzera. Ma è costretto anche a lasciare la Confederazione elvetica e, di nuovo in Francia, si impegna in organizzazioni vicine al Partito Comunista d'Italia.Nel 1936 ecco Cocchi a Londra, per saggiare, con l'ex dirigente del Partito Popolare Italiano don Luigi Sturzo, la possibilità di un'azione unitaria tra comunisti e movimento antifascista cattolico. Nel 1937 Romano Cocchi (con lo pseudonimo di Adami), è in Spagna, in appoggio alle Brigate Internazionali. Nel 1939 è tra i comunisti contrari al “patto Ribbentrop-Molotov” e viene espulso dal suo partito. Ciò non gli impedisce, naturalmente, scoppiata la guerra, di battersi con il maquis contro i tedeschi e i collaborazionisti francesi.Catturato dai nazisti il 27 dicembre 1943, Romano Cocchi è deportato a Buchenwald, dove sarà registrato come prigioniero politico francese. Vi resisterà tre mesi, prima di morire di fame e di freddo.Il comune di Anzola dell'Emilia ricorda con una via questo suo generoso cittadino.
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Enrichetta Cabassa
Nata a Parma nel 1916, morta a Palanzano (Parma) l'8 marzo 1945, sarta.
Lavorava in una sartoria di Parma, in borgo del Carbone, che il titolare, Giovanni Cordani, aveva trasformato in un centro di smistamento della stampa antifascista. La giovane donna, che aveva il marito disperso in guerra, decise di impegnarsi nella Resistenza anche per contribuire alla conclusione del conflitto. Le fu così affidato il compito di staffetta, al quale assolse egregiamente affiancando
Ines Bedeschi e diventando punto di riferimento del Comando Nord-Emilia per mantenere i collegamenti con le varie formazioni partigiane.Quando i sospetti dei fascisti finirono per appuntarsi sulla Cabassa, la giovane sarta fu mandata in montagna ed inquadrata nella 143a Brigata Garibaldi "Aldo". "Silvia", così era conosciuta nella Resistenza, si trovava a Palanzano, nei locali della Banca di risparmio di Parma occupati dal Comando di raggruppamento, quando fu investita dallo scoppio accidentale di una bomba. L'esplosione che uccise "Silvia", provocò anche la morte di due partigiani e di un falegname che stava lavorando nel locale. Enrichetta Cabassa è anche ricordata nel sito Internet www.parmaindialetto.it.

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